I raggi del sole disseccano il pietrisco sul sentiero ripido e sconnesso. Nell’afa opprimente le immagini fumose all’orizzonte, sfocate, oscillano danzanti. Il nostro passo stenta affaticato, aritmico, anche se coraggioso.
Dopo anni di cammini, non solo lungo sentieri di montagna come questo e ormai in due da decenni, la fiducia reciproca è l’unico strumento che ci resta per arrivare, sino in cima, sino alla fine.
L’escursione era iniziata in ritardo quel giorno. Avevamo concordato di partire alle sei per intercettare un po’ di fresco mattutino, ma il proprietario dell’albergo ci aveva sommerso di carinerie e non ci aveva lasciato andare prima delle sette e trenta.
Leda, appena partiti, mi aveva infilato il berretto giallo, mi aveva passato i bastoni telescopici e si era mossa. Il vento soffiava torrido e nervoso. Vedevo i muri in sasso del piccolo villaggio di montagna arroventarsi.
Dopo mezz’ora, ci eravamo lasciati dietro il bel campanile della chiesetta medievale e quel po’ di ombra che le mura ci donavano. Il sudore mi aveva, ormai, incollato la camicia alla schiena. Nel tentativo di rinvigorire la mia andatura, iniziai a contare i passi con la testa bassa.
Leda è sempre stata quella risoluta della coppia; lo era nelle decisioni casalinghe e nell’amministrazione delle spese, mi spronava sempre a rimboccarmi le maniche e andare avanti ogni giorno. Piccoli gesti ma continui nel tempo. Ogni mattina lei si alzava e preparava il caffè, spazzava, spolverava, andava fuori ad annaffiare quel ciuffo di fiori sopra la collina vicino al dirupo, poi facevamo colazione. Piccoli gesti che avevano costruito la nostra esistenza, lunga. È così che siamo invecchiati, io peggio di lei. Non c’eravamo mai divisi. Negli ultimi mesi mi dimenticavo tutto in giro; non ricordavo le cose da comprare; mi sedevo sulla poltrona davanti alla tv che c’era la luce e mi alzavo col buio senza che me ne accorgessi; cambiavo continuamente canale e univo varie scene di diversi film convincendomi che fosse uno solo. A volte tutto ciò mi sorprendeva e non capivo. Leda non mi ha mai detto nulla, non mi ha mai mortificato, mi ha sempre sorriso. Eravamo invecchiati noi due, insieme.
Avevo continuato a contare e a camminare, immaginando Leda, davanti a me come al solito, avanzare veloce. Ma alzando gli occhi mi ero accorto, questa volta, che non c’era.
Mi ero voltato indietro, sembrava immobile, una statua di terracotta, con la bocca aperta, stava dicendo qualcosa. Il vento soffiava ancora caldo e chiassoso nelle mie orecchie.
Mi ero ritrovato a guardare le sue labbra. Sembrava vibrassero in risonanza con tutto lì attorno. Il suo sguardo era fisso su un punto sopra le mie spalle.
«Leda non capisco cosa dici?» Avevo urlato nella sua direzione.
Iniziavo a sentire una leggera tachicardia. Il suo volto era rosso, madido ed inespressivo.
«Cos’hai tesoro?» Le avevo chiesto, e mi ero lanciato a percorrere in discesa il sentiero. Arrivato al suo fianco, avevo sentito la sua voce.
«Lì. Avanti. Un’ombra si è lanciata correndo oltre i cespugli, giù dalla rupe». Mi disse bisbigliando.
Di buona lena mi ero rimesso a salire fino al punto da lei indicato, poco sopra a dove ero prima.
«Dici di qua?» Respiravo affannosamente.
Leda aveva iniziato a venirmi incontro e una volta vicino, guardandomi per un istante, aveva scosso la testa e proseguito la salita.
Avevo continuato a camminarle vicino e dopo poco le avevo chiesto: «Allora, era lì?».
«Che cosa?» Mi aveva risposto.
Mi guardava come si guarda uno straniero che ti fa domande in una lingua incomprensibile.
«Ma come, mi hai appena detto di un’ombra che si è lanciata nel vuoto» un po’ stizzito «mi girano le scatole quando ti comporti così. Che cavolo! A momenti mi veniva un infarto!».
«Dai Amore. Non so cosa dirti, magari mi sono sbagliata.» Mi aveva stretto delicatamente il braccio e mi aveva sorriso. «Adesso continua a camminare tranquillo, vedrai che andrà tutto bene». Aveva proseguito guardandosi intorno con circospezione.
Avevo fatto pochi passi, adesso sì, dietro di lei, quando mi inchiodai e dissi: «Ma l’hai visto o non l’hai visto?». Lei si era girata per un attimo, mi aveva sorriso ancora, e aveva continuato a camminare.
«E che diamine! Dimmi qualcosa! Qui parliamo di una cosa da denunciare».
Leda si era voltata decisa dalla mia parte. «Eh no! Che diamine lo dico io. Ormai è così quasi tutti i giorni!».
Il sole stava esplodendo dietro la sua schiena. Il suo volto adombrato era furioso.
«Ti prego Alberto», seccata, «ne parliamo stasera in albergo. Adesso continuiamo. Per favore!»
Mi ero rimesso a camminare con fatica e con l’ammassarsi di imprecazioni e preoccupazioni nella testa. Cosa stava succedendo? Cinquant’anni di matrimonio e adesso pareva che Leda e io ci stessimo isolando sempre più.
Camminavo pestando il pulviscolo sulla strada, sempre più veloce, non contavo più.
Poi Leda si era voltata indietro, si era fermata. Di nuovo l’avevo vista immobile e statuaria.
«È rimasto uguale.»
Le avevo accarezzato una guancia e le avevo sussurrato.
“Leda. Amore mio. Ancora questa storia, quando potremmo andare oltre?”
La sua risposta era arrivata risentita e improvvisa: “Cos’altro ti sei inventato questa volta?”.
Mi guarda con gli occhi rossi, umidi. Il tempo mi sembra sospeso, non sento più il vento accarezzarmi i peli delle braccia, mi accorgo appena delle gocce di sudore sulle tempie, della saliva acida deglutita.
Una moltitudine di vecchie immagini, si inseguono dietro la pellicola dei miei occhi. Leda lì ferma da un tempo imprecisato, inchiodata.
Io di fronte a lei, come lei.