Se qualcuno mi chiedesse, adesso, mentre sto scrivendo, qual è la cosa che più mi fa andare in collera, non avrei dubbi: sentire mia moglie dire:” io sono sicura”.
Lo so: non è affatto comprensibile ciò che, un po’ frettolosamente, sto provando a fare; I miei intenti non sono chiari neanche a me, ma una piccola urgenza personale mi spinge a scrivere.
Quello che mi piacerebbe, è darvi il mio punto di vista, calato nel quotidiano di una famiglia numerosa , e esprimervi ciò che tutti dovremmo coltivare: la tolleranza.
So benissimo che, di questo argomento ne hanno sviscerato i meandri più reconditi scrittori come Walzer, Locke e, prima di tutti, Voltaire.
XY, hai buttato tu carta nell’indifferenziato?
No. Io non l’ho fatto. Credo che da ieri sera, quando ho sparecchiato la tavola, non ho buttato più nulla.
Be’ io non l’ho fatto di sicuro.
Neanche io.
Vorrà direi che sto perdendo colpi e non ricordo se ho fatto o non ho fatto le cose.
Va be’ dai, non sarà un dramma una carta nel posto sbagliato.
Allora l’hai fatto tu?
No non l’ho fatto io, mi sembra solo esagerato continuarne a parlare.
Ah sì. Adesso sono nevrastenica oltre che tendente al rincoglionimento.
Non ho detto questo. Ho detto che è soltanto un po’ di carta infilata erroneamente nel cestino dell’indifferenziato: cestino che è proprio di fianco a quello della carta e ha lo stesso colore. Chiunque potrebbe sbagliarsi. È stato un errore, risolviamo e andiamo oltre.
Io ci tengo alla differenziata e ti assicuro che, anche in questi piccoli gesti che tu ritieni banalmente sciocchi, mi concentro nel fare il meglio.
Va bene XX. Tu sai chi è stato?
No. So che non sono stata io.
Ma viviamo in due in questa casa. Stai dicendo che sono stato io.
Chi tra di noi si sbaglia sempre; chi tra di noi prima sostiene una cosa e poi si ricorda che così poteva non essere; chi tra di noi ha la memoria più labile?
Sai che non è così come pensi, hai creato su di me quell’immagine, quella maschera dell’uomo poco attento alle cose e continui a piazzarmela sul volto ogni volta che te ne capita l’occasione. Ma sai che non è così. Io sono un ingegnere, ho due studi e quattro dipendenti, ho un’attenzione per le cose, e per i numeri, molto elevata; e provo a non permettermi leggerezze in quello che faccio.
Sì, in quello che fai fuori da questa casa. E poi non è un piccolo pezzo di carta e un intero foglio A4.
E vediamolo ‘sto foglio A4.
In quel momento un po’ stizzito e con un po’ di indignazione per il tempo sprecato in questioni del tutto prive di senso, mi precipito ad aprire la pattumiera per vedere di cosa si tratta. Alzo il coperchio e vedo un foglio piegato sul lato lungo; nell’angolo destro, il logo del mio studio è sbavato dai liquidi della immondizia. Potrebbe averlo preso anche XX da terra -mi cadono spesso i fogli e, altrettanto spesso, dimentico di raccoglierli-, e avrebbe potuto gettarlo nella pattumiera sbagliata perché esasperata e distratta dal fastidio.
Ma quella sbavatura all’angolo del foglio sapevo che, nel tribunale bilaterale che si era venuto a creare quella mattina, avrebbe generato, in caso di mia tentata difesa, un imperituro assalto alla mia pazienza.
Sì, è un mio foglio. Va be’ potrei essere stato io, come anche tu, distrattamente a gettarlo lì.
Non ho capito, scusami.
Forse, l’ho buttato via io lì distrattamente, ma non lo ricordo. La stessa cosa potrebbe essere capitato a te, anche.
Da qui, la conversazione ha preso una svolta consueta e ogni volta sorprendente. (Mia moglie mi ha rivoltato contro quello che è stato il dubbio, l’ammettere che forse potevo essere io in errore, non lei)
Questa parola: forse, ho sempre sostenuto essere la chiave dell’intelligenza, della armonia sociale e la negazione di ogni tipo di prevaricazione.
C’è, online, la possibilità di andare a consultare quotidiani nazionali. Per alcuni vi è la possibilità di andare indietro anche fino al 1930. Io un giorno l’ho fatto l’esperimento: ho preso svariate edizione quotidiane e ho verificato quante volte nel giro di un mese veniva utilizzata la parola forse. Dal 1938 al 1945 la parola forse era stata completamente cancellata, forse, dal vademecum stilistico dei quotidiani. (cit) Il significante forse si era reso inviso alla retorica fascista perché minante la monolitica volontà di avere cittadini sempre più fascisti e sempre meno critici. Negli anni successivi, fino ad arrivare agli anni ’80, la frequenza aumentava e raggiungendo il picco nel 1985.
No, mia moglie non è fascista. Le piacciono le certezze, fondate o meno che siano.
La prima volta che litigammo è stato a solo tre o quattro giorni dal nostro primo rapporto sessuale. Lei mi chiese: ” ma pensi mai al futuro?” o forse “come vedi il futuro?” a no forse aveva esplicitato proprio “come vedi il nostro futuro”; io un po’ per fare l’artista maledetto – in quel periodo suonavo e avevo una band con suo fratello: volevamo diventare più famosi dei Beatles -, un po’ perché mi pareva una risposta figa, un po’ perché realmente lo pensavo e un po’ perché non volevo stare a pensare una risposta più articolata, le risposi: “Io non penso mai al futuro, provo a concentrarmi sul presente”. Quando la guardai scoppiò a piangere – io immaginavo di vedere i suoi occhi adulanti, invece.
Per avere solide realtà, bisogna ancor prima che costruire le fondamenta, progettarle.
(CONTINUA…)