Giuseppe Nibali
Animale
Edizioni Italo Svevo pp. 158
Scrivere una recensione di un libro non dovrebbe portar via più di due ore, comprese le riletture e le riscritture. I tempi sono stretti e se li aggiungiamo alla media di otto ore per leggere un libro di medie dimensioni, capiamo subito che la gestione del tempo è importante per riuscire a raggiungere i risultati. Quando vivevo a casa di mia madre, in Puglia, questa cosa non succedeva. Il tempo esisteva ma non era affatto cadenzato dall’orologio; anzi, spesso quello era il meno veritiero di tutte le altre misurazioni ed evocazioni cronometrali. L’orologio di camera mia era sempre impostato con un quarto d’ora in eccesso: così da farmi sentire la fretta del ritardo che avanzava; quello del lavoro della bottega di mio padre, invece, era impostato con dieci minuti in anticipo: così da far sentire che si era virtuosamente arrivati in anticipo e c’era sempre altro tempo per lavorare, ancora.
Il tempo a casa mia, in Puglia, si è sempre scandito con i fatti; quando passava il camion dell’ambulante della frutta: era tempo di svegliarsi; quando sentivamo il pescivendolo: era tempo di correre a scuola; la campanella: il ritorno a casa; l’urlo di mia madre che richiamava tutti dalla strada: era tempo di tornare a casa per i compiti e per la merenda. Anche i giorni erano così scanditi; c’erano giorni che si annunciavano con determinate attività: lunedì, l’arrivo dell’acquarolo; martedì, la visita della zia; giovedì, il ragù avanzato del pranzo domenicale; etc. E, poi, i mesi e gli anni.
Nel libro Animale, dato alle stampe dall’editore Italo Svevo, c’è un evento nella famiglia del Giuseppe Nibali, personaggio del libro, che segmenta i tempi di tutta l’esistenza della storia, e della lettura: la sciarrata. Siamo in Sicilia, e precisamente a Giardini Naxos, ma siamo anche a Bologna per una parte della vita rievocata da Giuseppe. La madre e il padre di Giuseppe litigano, e lei va via di casa: la banalità del trauma adolescenziale che ormai siamo abituati a leggere quasi con indifferenza, in ogni protagonista è come un artiglio che sfregia e fa sanguinare i sassi.
Sergio, il padre, ha una gran cultura e, all’inizio, una gran pazienza con il figlio; l’assenza dell’affetto materno viene mitigato dall’arrivo della nonna paterna Annina, che riempie di profumi della cucina del sud quelle stanze della casa bolognese.
Nella narrazione non troviamo riferimenti temporali, ma solo fatti che contestualizzano la successione temporale degli stessi. Anche gli eventi chiave non vengono spesso definiti con chiarezza, ma abbozzati, evocati nei loro gesti più significativi.
La dinamica dell’incidente del padre di Giuseppe a causa dell’hictus non viene chiarita; il giorno che Sergio lascia Giuseppe, ormai più che maggiorenne, solo a Bologna non ci viene raccontato, il lavoro da erudito e studioso dello stesso Sergio dobbiamo immaginarcelo. Ogni volta siamo richiamati dalla scrittura di Nibali alla focalizzazione su un evento, e, ogni volta che ci avviciniamo con la lettura a questo, rimaniamo sospesi, come in una zona di riflessione: dobbiamo noi colmare i vuoti che il testo ci lascia.
Giuseppe si ritrova scaraventato in Sicilia, costretto a interrompere il progetto che sta seguendo sul lavoro a Bologna, perché Sergio.
I due non si sono più sentiti dal giorno in cui il padre ha lasciato il figlio, se non per i convenevoli delle festività che scandiscono gli anni.
Giuseppe è costretto in ospedale a tentare la rianimazione, suo malgrado, del rapporto con suo padre, e inizia a interrogarlo; anche se le risposte sublimano tra le labbra di Sergio.
Costretti in quella stanza di ospedale, Sergio e Giuseppe si scambiano confidenze: il padre rievoca, col figlio davanti, episodi della vita passata.
Tutto il romanzo narra dell’allontanamento padre figlio e del tentativo di ripristinare questo rapporto: Giuseppe che all’inizio è infastidito dal vedere bruscamente interrotta la sua vita routinaria: le cene mangiate dentro la confezione dell’insalata stessa, guardando video su youtube; il lavoro che si aspetta molto da lui, non solo in termini di qualità ma di tempo passato sul pc; le sere con i video eccitanti sotto le coperte, per potersi rilassare con gli occhi chiusi; i video virali seduti in bagno, finisce per sentire l’esigenza di riavere il padre vicino. Dopo la morte della madre e della nonna, è l’unica persona della famiglia che gli è rimasto.
Il tentativo che questo romanzo fa è quello di ricercare la voce poetica all’interno della prosa, anche in argomenti che sono non convenzionali.
La negazione, l’assenza e la richiesta di colmare il non detto si avvicinano al mistero sospensorio della poesia: dove con pochi versi siamo scaraventati in uno scenario che ci impone di attingere dentro di noi gli elementi chiave sensitivi e di comprensione.
Nibali è nato poeta con la raccolta “Come Dio su tre croci”, nella quale troviamo i temi suoi cari: la Sicilia; la vita quotidiana, sacra per ogni uomo; la lontananza. Ci sono alcuni suoi versi, di questa raccolta, che mi hanno accompagnato per tutta la lettura del libro.
Mentre le mani pescavano
nella mattanza d’inchiostro
le ossa pesanti del tonno
i rigurgiti, i libri,
i giornali freschi del mattino
(…)
Sembrano essere stati scritti per descrivere il suo romanzo.
La scrittura è semplice e immediata. Nibali fa un difficile esercizio di crasi tra sangue, flemma, bile, parola prosastica e poetica. Non riesco a dire se l’esercizio sia riuscito o meno, ma sicuramente la voce del romanzo si distingue per grande accuratezza e controllo.
Guardo l’orologio e vedo che sono passate più di due ore, devo inviare questo file in tempo, e forse ancora ci riesco. Sì, ho guardato l’ora; sì, lo so, sono a Bologna anch’io; sì, non sono in Puglia, qui non ho riferimenti temporali altri se non il ticchettio dell’orologio.